domenica 12 giugno 2011

Domenica 12 giugno : Pentecoste


Per gli Ebrei è la festa che ricorda il giorno in cui sul Monte Sinai, Dio diede a Mosè le tavole della Legge (SHAVUOT) – Per la Chiesa Cattolica è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Origini della festa
Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti”; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola.È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata. Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12, 31-32..Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai. Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.
La discesa dello Spirito Santo
L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, probabilmente della casa della vedova Maria, madre del giovane Marco, il futuro evangelista, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città; e come da tradizione, erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero, per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio.“Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua.Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?…”.Il passo degli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca in un greco accurato, prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.
La Pentecoste nel cristianesimo
I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta giorni dopo la Pasqua. A quanto sembra, fu Tertulliano, apologista cristiano (155-220), il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale.Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia. L’Ottava liturgica si conservò fino al 1969; mentre i giorni festivi di Pentecoste furono invece ridotti nel 1094, ai primi tre giorni della settimana; ridotti a due dalle riforme del Settecento. All’inizio del XX secolo, fu eliminato anche il lunedì di Pentecoste, che tuttavia è conservato come festa in Francia e nei Paesi protestanti. La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano. La Pentecoste nell’arte
Il tema della Pentecoste, ha una vasta iconografia, particolarmente nell’arte medioevale, che fissò l’uso di raffigurare lo Spirito Santo che discende sulla Vergine e sugli apostoli nel Cenacolo, sotto la forma simbolica di lingue di fuoco e non di colomba.Lo schema compositivo richiama spesso quello dell’Ultima Cena, trovandosi nello stesso luogo, cioè il Cenacolo, e lo stesso gruppo di persone: Gesù è sostituito da Maria e il posto lasciato vuoto da Giuda viene occupato da Mattia. Viene così a comunicarsi il valore dell’unità dell’aggregazione e successione apostolica, oltre che la sua disposizione a raggiungere i confini del mondo.
Nella Liturgia
Lo Spirito Santo viene invocato nel conferimento dei Sacramenti e da vero protagonista nel Battesimo e nella Cresima e con liturgia solenne nell’Ordine Sacro; e in ogni cerimonia liturgica, ove s’implora l’aiuto divino, con il magnifico e suggestivo inno del “Veni Creator”, il cui testo in latino è incomparabile. Nella solennità di Pentecoste si recita la Sequenza, il cui testo della più alta innologia liturgica, si riporta a conclusione di questa scheda come preghiera, meditazione, invocazione allo Spirito Santo.


Vieni Santo Spirito (Sequenza)

Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.
Vieni padre dei poveri,
vieni datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto conforto.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
sana ciò ch’è sviato.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
Amen.



Fonte: Santi e Beati

venerdì 10 giugno 2011

7-9 giugno 2011 - Shavuot






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Fra la feste ebraiche bibliche più importanti in assoluto, è nota con il nome di Shavuoth.
La sua celebrazione ricorre fra maggio e giugno ed era in origine una festa agricola che coincideva i con l’ inizio della mietitura e la prima raccolta di frutta e vegetali.
I contadini ringraziavano Dio per sette settimane con l’ offerta di primizie, contate partendo dal giorno dopo la Pesah ( festa di liberazione dalla schiavitù egizia ); al cinquantesimo giorno terminavano le offerte portando due pani lievitati per famiglia, preparati solo con fior di farina, ad un rito collettivo in sinagoga. Cita la Bibbia:
“Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane. Conterete cinquanta giorni fino all' indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per offerta con rito di agitazione, i quali saranno di due decimi di efa di fior di farina e li farete cuocere lievitati; sono le primizie in onore del Signore” (Levitico 23, 15- 17). Da qui il nome Shavuoth, significante proprio “settimane”, ed il nome alternativo Atzeret, conclusione. D’ altronde Pentecoste deriva dal greco “cinquanta”.
Dal II secolo d. C., a diaspora già avvenuta, si diffuse invece presso gli ebrei una concezione più matura e profonda di questa festa, che divenne la ricorrenza della consegna delle Tavole della Legge a Mosè sul Monte Sinai.
Si mantennero anche le tradizioni precedenti, ma il significato della ricorrenza cambiò radicalmente. Ora la pentecoste era divenuta scopo e compimento della Pesah ed il premio per gli anni di schiavitù in Egitto: tutte le sofferenze passate e tutti i miracoli compiuti per liberare il popolo d’ Israele non erano altro che la preparazione ad un avvenimento ben più importante, la consegna della Torah (legge).

Così, nel giorno di Pentecoste gli ebrei ricordano il patto di Alleanza con Dio, suggellato con i Dieci Comandamenti; i quali non sono una limitazione alla libertà umana, bensì un aiuto ed un sostegno nella vita.
A questo proposito, molti rabbini paragonano la Torah alle ali della colomba:
secondo una nota leggenda, la colomba andò dal Signore a lamentarsi: un gatto la cacciava e lei era obbligata a correre tutto il giorno sulle fragili zampine. Impietosito, Egli le donò un paio d’ali.
Poco dopo però la colomba tornò dal Creatore: quelle ali pesanti erano un fardello da portare nella corsa. Ma Egli le rispose: “Non ti ho dato le ali perché tu le porti addosso, ma perché le ali portino te”.

La liturgia si arricchì, e il rituale cominciò a prevedere la lettura di determinati passi biblici:
la parashah ( Esodo, 19-20 ), racconto della consegna della Legge; l’ haftarah ( Ezechiele, 1-3, 12), visione dello splendore con cui Dio si è rivelato; il rotolo di Rut (Rut, 2, 12 ), che racconta la scelta di una straniera di appartenere al popolo ebraico, simbolo della conversione; il tiqqun, che significa riparazione, miglioramento.
Nella notte poi viene letta la Torah in casa e in sinagoga, con modalità diverse da comunità a comunità. Lo studio e la lettura della Legge non sono però fine a se stesse: secondo alcune dottrine, questa lettura aiuta moltissimo il vero compito dell’ ebreo, che consiste nel miglioramento del mondo creato appositamente imperfetto da Dio.
Tra l’ altro, la Pentecoste cristiana coincide con quella ebraica. Non c’è relazione diretta fra le ricorrenze, ma i simboli utilizzati per indicare la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli ( forte vento e lingue di fuoco ) ricordano molti quelli utilizzati dagli ebrei per testimoniare la presenza di Dio sul Sinai.
Questo a sottolineare ancora una volta la derivazione ebrea del cristianesimo.

Fonte: LA PENTECOSTE EBRAICA di Lorenzo Pallini

lunedì 6 giugno 2011

A DIOGNETO - Vivere nel mondo senza essere del mondo

Dopo la Didachè, è ora il momento di un altro testo importante: l'A Diogneto, una lettera che andrebbe letta come riflessione di come il vivere in mezzo ad un mondo "poco cristiano", fatto di ingiustizie e soprusi, sia sempre stato impegnativo, tanto che la capacità di far parte del mondo senza lasciarsi trascinare nelle spire dell'egoismo, era giudicato come un segno distintivo del cristiano; leggiamone un brano:

V Il mistero cristiano

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.

2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.
5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio.

Tutto il testo della lettera lo potete trovare a questo link, che tra l'altro riporta a fianco l'originale greco: Liturgia

La seguente introduzione l'ho presa dal sito: Ora et Labora (di cui ringrazio gli autori)

Estratto da “A DIOGNETO” – Ed. Paoline

A cura di Enrico Norelli

I - L'A DIOGNETO

E LA SUA TRADIZIONE MANOSCRITTA

Verso il 1436, un giovane chierico latino, Tommaso d'Arezzo, che si trovava a Costantinopoli per studiare il greco, recuperò per caso dal banco di un pescivendolo di quella città un manoscritto greco, destinato a fornire carta per imballare il pesce. Il codice da lui acquistato passò in seguito a Giovanni Stojkovic di Ragusa, legato del concilio di Basilea a Costantinopoli, il quale lo portò a Basilea. Pervenne poi all'umanista Giovanni Reuchlin; quindi, nel 1560 o nel 1580, all'abbazia di Marmoutier in Alsazia; di là, tra il 1793 e il 1795, alla Biblioteca municipale di Strasburgo. Il 24 agosto 1870, nel corso della guerra franco-prussiana, il cannoneggiamento prussiano provocò l'incendio della biblioteca, nel quale perì anche il nostro manoscritto. Questo codice dalla storia avventurosa è la testimonianza unica che ha fatto conoscere al mondo moderno lo scritto A Diogneto, un antico testo cristiano mai menzionato da nessuno degli autori antichi e medievali, che pure ci hanno trasmesso il ricordo di tante opere oggi perdute.

Esso si apre con le domande relative ai cristiani, poste dal pagano Diogneto: qual è il Dio dei cristiani, quale la religione che permette loro di disprezzare a tal punto il mondo e la morte? E in che cosa si differenzia da quelle dei greci e dei giudei? E perché questa religione, se è la vera, è apparsa nel mondo così tardi? L'autore risponde criticando sommariamente e duramente il politeismo e il giudaismo: quanto ai cristiani, egli dichiara, la loro religione non può essere insegnata da un uomo. Illustra quindi la loro condizione nel mondo in una serie di paradossi, e la paragona a quella dell'anima nel corpo: i cristiani sono rinchiusi nel mondo, ma non appartengono ad esso; ne sono odiati, ma l'amano e sono loro che lo tengono insieme. Qual è la radice di tutto ciò? La loro religione non è frutto d'invenzione umana, ma è la rivelazione dell'amore divino, che nell'invio del Figlio ha riscattato gli uomini dall'abisso in cui la loro incapacità di compiere il bene li aveva gettati. Dio non ha preteso che fossero loro a uscirne, ma il suo stesso apparente ritardo nell'intervenire ha permesso loro di sperimentare più a fondo la sua bontà; e il suo amore rende possibile l'amore praticato dai cristiani in questo mondo, con lo sguardo fisso alla loro cittadinanza celeste. Tale imitazione di Dio è proposta allo stesso Diogneto. L'ultima parte dello scritto contiene invece sviluppi sulla rivelazione dei misteri divini, trasmessa dal Logos agli apostoli e da questi alla chiesa che li amministra e li svela: un'interpretazione allegorica dei due alberi del paradiso terrestre serve a definire il corretto rapporto tra scienza e pratica di vita.

Scritto in un greco di alta qualità, brillante nell'argomentazione che sfrutta sapientemente i mezzi della retorica, questo scritto non ha cessato di attirare giudizi entusiasti: « un gioiello dell'antichità cristiana, al quale praticamente nessuno scritto dell'età postapostolica può stare alla pari per spirito e composizione », lo definiva Semisch nel 1855; e uno dei massimi specialisti della lingua letteraria greca, Eduard Norden, lo annoverava nel 1909 tra « quanto di più sfolgorante i cristiani hanno scritto in greco » . Non mancano peraltro le reazioni, come quella di Geffcken (1907), per cui «l'autore della lettera scrive rapidamente a un amico le sue opinioni sul cristianesimo, nessuna delle quali è un'idea, anzi neppure una pensée: soddisfacendo l'esigenza del momento, egli raccoglie in forma aggraziata ogni genere di luoghi comuni ». Ma sono soprattutto gli enunciati sulla funzione dei cristiani nel mondo che hanno affascinato i lettori: « particelle d'oro puro che, da sole, giustificherebbero il lavoro minuzioso speso nello studio del nostro testo », scrive uno dei commentatori più autorevoli, H. A. Marrou. E il concilio Vaticano II ha riscoperto quest'opera proponendone alcune espressioni nei suoi documenti, soprattutto per descrivere la condizione dei cristiani (vedere Lumen Gentium 38, Dei Verbum 4, Ad Gentes 15). Misterioso nella sua origine e nel suo destino attraverso l'antichità cristiana, l'A Diogneto resta dunque enigmatico in questa sua capacità di affascinare e di generare riserve. E’ forse qui ciò che spinge gli studiosi a tornare spesso su quest'opera comunque grande, per cercare di strapparle il suo segreto.

Se non possiamo più leggerla direttamente, siamo tuttavia abbastanza sicuri del testo. In effetti, nel sedicesimo secolo ne furono fatte tre copie. Una di esse, eseguita probabilmente nel 1579 da Bernard Haus, per conto di Martin Crusius, fu ritrovata tre secolo dopo da C. I. Neumann e si trova ancora oggi nella Biblioteca universitaria di Tübingen. La seconda fu eseguita nel 1586 da Henri Estienne per l'editio princeps dell'opera, che apparve nel 1592: fitta di note di lettura e di proposte di correzioni, essa si trova oggi a Leida. La terza, opera di J. J. Beurer tra il 1586 e il 1592, si è perduta: ma l'autore l'aveva comunicata, con le proprie annotazioni, a H. Estienne e a F. Sylburg, il quale ultimo pubblicò una propria edizione nel 1593. 1 due studiosi segnalarono nelle loro edizioni una parte delle note di Beurer, delle quali siamo quindi informati. Ma ciò che è soprattutto importante sono le due collazioni del manoscritto realizzate da Eduard Cunitz ed Eduard Reuss, rispettivamente nel 1842 e nel 1861, per la prima e la terza edizione delle opere di S. Giustino Martire pubblicate da Johann Carl Theodor von Otto rispettivamente nel 1843 e nel 1879 (quest'ultima nel quadro di un'edizione complessiva degli apologisti cristiani del II secolo). In particolare, la collazione di Reuss fu molto minuziosa e Otto, la cui ultima edizione apparve dopo la distruzione del manoscritto, la citò abbondantemente. di modo che l'edizione di Otto è oggi ciò che informa meglio sul manoscritto perduto

Quest'ultimo era un in-folio piccolo cartaceo di 260 pagine, scritto probabilmente nel XIV secolo e contenente una miscellanea di 22 scritti diversi, dei quali un indice redatto o ricopiato da Haus nel manoscritto di Tübingen ci ha trasmesso i titoli. I primi cinque erano attribuiti a Giustino; nell'ordine: Sulla monarchia divina; Esortazione ai Greci; Esposizione della fede ortodossa; Ai Greci; A Diogneto. Se i primi quattro erano altrimenti noti, il quinto, come si è detto, era del tutto sconosciuto. Essi erano seguiti da versi della Sibilla Eritrea (certo degli estratti degli Oracoli Sibillini, raccolta di versi greci di origine giudaica e cristiana, che si presentano come composti dalle Sibille, profetesse del mondo classico, e che sono ben noti da altri manoscritti), e da Oracoli degli dèi greci, copiati da Haus dopo l'A Diogneto, estratti da un'opera più ampia intitolata Teosofia e composta tra il 474 e il 501. Seguivano i due trattati dell'apologista cristiano del II secolo Atenagora di Atene, Supplica per i cristiani e Sulla resurrezione, che ci sono conservati per altra via. Poi, una serie di altri scritti di ogni età e provenienza, fino almeno al XII secolo. Nell'introduzione alla sua indispensabile edizione dell'A Diogneto, H. I. Marrou ha potuto mostrare che doveva trattarsi di una raccolta apologetica, destinata a difendere l'ortodossia contro gli eretici, come pure contro i pagani, gli ebrei e l'islam.

Una glossa marginale del manoscritto segnala, in occasione di una lacuna dell'A Diogneto, che lo scriba stava copiando da un esemplare « molto antico ». Anche in questo caso Marrou ha potuto stabilire, con un grado molto alto di verosimiglianza, che tutto il gruppo dei cinque scritti pseudogiustinei fu copiato a partire da una raccolta apologetica contro i pagani, composta nel VI o VII secolo. Essa doveva essere in cattivo stato di conservazione quando fu ricopiata nel XIV secolo come mostra la segnalazione di lacune da parte del copista del manoscritto. Quest'ultimo non solo non riusciva talora a leggere bene il suo modello, ma era a sua volta abbastanza trascurato, come testimoniano parecchi errori; infine, le descrizioni trasmesse da Otto ci attestano che nel XIX secolo quand'era conservato a Strasburgo, il manoscritto era abbondantemente rosicchiato dai topi, e che l'inchiostro era stinto e talora quasi illeggibile, soprattutto alla fine delle linee e nel margine superiore. Tutti questi motivi concorrono a spiegare le difficoltà relative alla costituzione del testo dell'A Diogneto, nonché le numerose congetture, invero non sempre necessarie, proposte attraverso la lunga storia delle edizioni e degli studi. Dopo un numero considerevole di edizioni, restano dei passi che devono essere in ogni caso corretti, e dove gli emendamenti proposti divergono: essi saranno segnalati nelle note.

venerdì 3 giugno 2011

LA DIDACHE' - L'insegnamento dei Dodici Apostoli

Tra i testi che parlano della vita delle prime comunità cristiane un posto particolare è occupato dal testo della DIDACHE' (insegnamento - dei dodici apostoli). Già dal titolo capiamo che era un testo che presso i primi credenti doveva avere una importanza notevole; non è un testo narrativo, ma un antico catechismo, questo spiega forse perchè non sia entrato nel Canone deli libri cristiani. Riporto una breve spiegazione tratta dal sito Monastero virtuale (ai cui autori chiedo scusa se ho "rubato" questa loro introduzione, ma solo per scopi DIDAttici). Al link seguente Viveremeglio troverete invece il testo in italiano, vale la pena dare un'occhiata per renderci conto del contenuto.

LA DIDACHE'

La Didaché: la più antica costituzione ecclesiastica

Il maggior numero di informazioni liturgiche sul cristianesimo dei primissimi tempi ci è trasmesso in un'opera intitolata Didaché, in greco Dottrina o Insegnamento (dei dodici apostoli).

Essa si compone di due parti, un manuale di catechesi ed un manuale liturgico. In quest'ultimo, che potrebbe chiamarsi il più antico « messale », si accenna al sacrificio eucaristico quale si praticava ai primordi della Chiesa nascente. I tre capitoli eucaristici della Didache sono il IX, il X ed il XIV in essi è descritta la liturgia eucaristica ancora unita all'agape, come nei tempi apostolici. La Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli si può considerare il più venerando ed antico catechismo cristiano, essendo stata scritta solo una sessantina di anni dopo la morte di Cristo (passi di essa si trovano infatti nella Lettera di Barnaba scritta verso l'anno 97 della nostra era).

L'opera anonima presenta infatti tratti di grande antichità e si è giunti, per questo, a datarla anche verso la metà del sec. I, facendone addirittura un testo più antico degli stessi vangeli sinottici!

In sintesi la Didaché può essere definita un vero e proprio abbozzo di manuale di diritto canonico e di istruzioni liturgiche, che non a caso verrà inglobato, nel corso dei secoli seguenti, in collezioni sempre più vaste di Costituzioni ecclesiastiche.

La Didachè era tenuta in grande onore dalle prime generazioni cristiane ed è citata da Erma (circa 150 d. C.) nel Pastore, da Clemente Alessandrino (145-216 d. C.), da Origene (185-255 d. C.), da Eusebio, da Atanasio. Nella seconda metà del IV sec. essa fu incorporata nelle cosiddette Costituzioni Apostoliche.

Consapevole del suo alto valore morale e formativo, ancora nel sec. IV Atanasio di Alessandria ne consiglierà la lettura come particolarmente utile per l'istruzione dei catecumeni.

Forse proprio per la sua inclusione ed assimilazione in opere di tanto valore, la Didachè finì col perdere la grande notorietà che aveva in antico e dopo il XII sec. di essa non si hanno più tracce.

Nel 1873 ne venne scoperta per caso una copia in un codice greco di Costantinopoli (ora a Gerusalemme) risalente all'anno 1056 dal Metropolita Filoteo Bryennios ed in seguito ne furono trovati larghi frammenti in papiri del IV sec., nonché una versione in georgiano fatta sul testo greco nell'anno 430 da un vescovo di nome Geremia.

Sulla scorta di tutti questi preziosi documenti, possiamo oggi avere la sicurezza di leggere la Didaché nel suo testo originale.

Per quanto riguarda l'autore della Didachè, il suo nome e la sua nazionalità ci sono sconosciuti, ma, quasi con certezza, deve trattarsi di un cristiano convertitosi dal giudaismo; egli infatti computa i giorni della settimana al modo ebraico e molti ebraismi usa nello scrivere in greco.

Circa il luogo ove la Didachè sarebbe stata scritta, si pensa possa essere la Palestina o la Siria; infatti nella Didachè si legge: Come questo frammento di pane era prima sparso qua e là su per i monti e, raccolto, divenne una cosa sola... e tra i paesi del vicino Oriente di antica cristianità solo la Palestina e la Siria vedono nascere il frumento sugli altipiani.

Il contenuto dottrinale della Didachè si raccoglie intorno a due argomenti principali: la CHIESA ed i SACRAMENTI, e la trattazione si conclude con un accenno alta consumazione dei secoli, ritenuta prossima. La parola Chiesa sta talvolta ad indicare l'adunanza dei fedeli raccolti per la preghiera, ma più spesso significa l'insieme del fedeli che, sparsi nei quattro punti' della terra,. saranno un giorno riuniti nel regno di Dio (Did. 9, 4; 10, 5).

Dei sacramenti vengono menzionati il BATTESIMO, l' EUCARISTIA e la PENITENZA: a meno di cinquant'anni dacché Cristo aveva fondato la Chiesa, si era gia costituito un cerimoniale che essenzialmente è ancora quello dei nostri giorni.

Il Battesimo doveva essere preceduto da una istruzione morale e da un digiuno di uno o due giorni da parte del catecumeno e, se possibile, da un digiuno anche del ministro e di altre persone.

La materia del battesimo è l'acqua, la forma è espressa dalle parole: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Did. 7, 3).

Il Battesimo si amministrava ordinariamente per immersione, ma se ciò non era possibile, si ricorreva alla infusione.

Ripetuti sono gli accenni nella Didaché alla Eucaristia. Le prime generazioni cristiane si riunivano alla domenica per spezzare il pane (fractio panis) e per fare il rendimento di grazie (eucharistia): con queste due espressioni si indicava il sacrificio eucaristico.

In seguito con il termine Eucaristia si indicarono gli elementi con cui si rendevano grazie a Dio e cioè il pane ed il vino trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo. Alla Eucaristia potevano partecipare i soli battezzati, i quali erano tenuti a recitare delle particolari preghiere prima e dopo la comunione.

La Penitenza è ricordata due volte: Nella assemblea farai la confessione dei tuoi peccati e non ti recherai alla preghiera in cattiva coscienza (Did., 4, 14); nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete le grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro (Did. 14, 1).

Grande rilievo è dato nella Didachè alla scelta che l'uomo deve fare tra le due vie: quella che conduce al peccato ed alla morte e quella -invece che conduce alla vita. Parlando della via della vita, vengono descritti i vari doveri dell'uomo, tutti basati sul grande precetto della carità verso Dio e verso il prossimo.

Questi cenni danno un'idea dell'importanza che per la storia del cristianesimo e per la luce interiore di ogni anima ha questo breve trattato, giunto provvidenzialmente sino a noi: esso ci offre un autentico, anche se incompleto quadro della vita di quelle prime generazioni cristiane ancora commosse per la dipartita del Figlio dell'Uomo ed ardenti del desiderio di rivederlo venire insieme con tutti gli eletti sopra le nubi del cielo (Did. 16, 7).

Fonte: Monastero Virtuale

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